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Marcello Nicolini

Copertina di Sovietopia

Sovietopia

Ciao Cristina,
ti ringrazio per avermi invitato a presentare il mio libro su CSI MultiMedia.

Ho dato uno sguardo al sito e ho visto con piacere che tratta argomenti di vari campi: informatica, fotografia, ma soprattutto quelli da me preferiti, ovvero la buona cucina e i viaggi. Devo dire che è stata proprio la passione per il viaggio ad avermi accompagnato negli anni e ad aver fatto nascere il mio primo romanzo. Sovietopia, ovvero l’incrocio neologistico fra “sovietico” e “utopia”, lo avevo, inconsapevolmente, in gestazione da decenni. I tasselli che lo compongono sono entrati nella mia vita fin da bambino, incrociandosi e mischiandosi in armonia. In primis, l’amore (ora sicuramente ridimensionato) per l’estero. Avendo viaggiato molto, mio padre mi raccontava di luoghi favolosi come l’America, la Russia, l’Inghilterra, che io da piccolo associavo quasi a paesaggi da fiaba.

Mi dicevo che da grande li avrei visitati tutti, cosa che ho fatto.  Anche i russi sono entrati nella mia vita fin da piccolo. Ho uno zio per metà russo. Spesso, quando andavamo a trovarlo, ci presentava suoi ospiti, amici, venuti dall’allora Unione Sovietica. Ricordo molti di questi strani e allegri personaggi, con un sorriso.

Dunque, la Russia: se ne parlava spesso in famiglia. Delle abitudini di lì, del cibo, della cultura. Specialmente quando mio zio, io ormai avevo quattordici anni, lasciò il lavoro in Italia e l’Italia e andò a vivere a Mosca, dove si trova tuttora.  Andammo a trovarlo la prima volta nel 2005, io, mio padre e un nostro collega di lavoro. Mio zio lavorava all’ambasciata italiana; s’era sistemato bene e ci accolse, sorridente come sempre, facendoci da cicerone. Ma fu mio padre a far scaturire, inconsapevolmente, quel qualcosa che diede il via a Sovietopia. Eravamo sul ciglio del marciapiede e guardavamo i moscoviti sfrecciare in automobile da un posto all’altro, quando mio padre ci disse: «Ora vi faccio vedere una cosa.» e alzò una mano, come per fare l’autostop. Subito, una grossa macchina nera scartò di lato e, con stridore di pneumatici, si fermò vicino a noi. L’autista abbassò il finestrino del passeggero, si sporse e disse qualcosa in russo. Mio padre gli disse la destinazione, poi concordò il prezzo (credo trenta rubli) e ci fece salire.  Io ero perplesso e mio padre disse: «Qua fanno così: finiscono di lavorare e vedono se possono fare da taxi per qualcuno, così guadagnano qualcosa in più.» Dunque, salimmo. Il conducente, lo ricordo ancora, era un marcantonio di due metri con una camicia di jeans e i capelli un po’ lunghi. Non ricordo il nome. Finalmente in marcia! Ad un tratto, mio padre, per scherzare gli diede del “tovarish” e quello, ridacchiando, replicò: «Niet tovarish! Mister! Mister!» poi disse: «Dollaaaaari!» come nei film.

Vedemmo e fotografammo tante cose in quel viaggio. Ricordo la salma di Lenin, che mio padre chiama “il salmone”. Ma quella che mi rimase più impressa fu la tomba, sulla Piazza Rossa, di Yuri Gagarin, uno dei miei eroi. In quel viaggio imparai a leggere il cirillico. La prima parola che lessi fu “soki miks”, ovvero “mix di succhi di frutta”, fuori da un bar. Vidi, ovunque, questa irrefrenabile voglia dei moscoviti di dollari, capitalismo, di Italia, di Ferrari, di Occidente. E cominciò a prendere forma in me la storia di un commissario che, alla fine del comunismo, vuole aprire una fabbrica e inventarsi imprenditore. Avevo letto molto sulla Siberia, ma non ci ero mai andato. La Siberia mi affascinava, come da piccolo mi affascinava l’America. Studiai tutto sull’Amur, sulla taiga. Mi innamorai delle betulle, uno dei pochi alberi che so riconoscere oggi, perché avevano fatto parte della mia infanzia. Nel parco dove io e i miei amici andavamo a giocare, qualcuno aveva piantato proprio una macchia di betulle.

Così, tornato dal viaggio in Russia, mi misi al computer e iniziai a scrivere. Mi misi anche a studiare il russo, per mio diletto. Decisi subito quale sarebbe stato lo scenario del mio primo romanzo: la Siberia e l’Amur sinuoso. Le betulle, le tigri siberiane, la frontiera sovietico-cinese. E Talimov, il protagonista? Per la sua fisionomia mi ispirai a un mio ex-vicino bulgaro (enorme e con la faccia da pagnotta) per il carattere, invece, ne scelsi qualche tratto da un mio conoscente polacco, Pawel. Io e il mio socio Valerio Villa stiamo traducendo Sovietopia in inglese, per renderlo fruibile anche dai lettori anglofoni.
Ecco, questa, più o meno, è la storia del romanzo.

Marcello Nicolini

Sovietopia di Marcello Nicolini edito da La Ponga Edizioni lo trovi nei principali ebook store come Amazon. {jcomments on}

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